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Arriviamo a Venezia, piazzale Roma con un caldo africano. Non c’è un alito di vento, e il sole ci accompagna lungo il tragitto col vaporetto fino a Piazza San Marco. Una leggera brezza si alza ogni tanto a prua anche se le frequenti fermate ti fanno ripiombare nell’afa torrida. Al solito il vaporetto strapieno, chi scende non compensa l’orda di chi sale, una babele di lingue ci circonda: tutti a Piazza San Marco a vedere “IL” concerto dei concerti dell’estate: Charles Aznavour, l’armeno, l’ultimo chansonnier sulla faccia della terra, per gli occidentali almeno. Alla cassa accrediti dobbiamo aspettare un po’, tanto è presto, mancano ancora due ore all’inizio. Poi sbrighiamo tutto in due minuti, la Zeed, società che ha programmato l’evento è organizzata la meglio. Un giro a rivedere le facciate di Palazzo Ducale, le Procurative che ci abbracciano tutt’intorno, anche se a un paio di decine di metri è tutto sbarrato e passa solo chi se ne va o è munito di un pass. L’entrata è solo quella principale. Prendiamo posto, un buon posto da dove si vede bene, uno dei castelli del service ci è praticamente addosso, ma non importa, seguiremo da vicino gli ordini strumentali e vocali. Un altro service con la consolle è dietro la platea. Attendiamo che il sole clemente cali oltre la basilica di San Marco, osserviamo con ansia gli ultimi luccichii dorati dei mosaici sulla facciata dell’edificio sacro più visitato del mondo e poi cominciamo ad applaudire perché lo spettacolo abbia inizio. La gente arriva piano piano, signore in grande soirèe, con tacchi a spillo 12, signori in vestito accaldati e sudati, gente qualunque vestita normale, pochi ragazzi e ragazze, l’età media si aggira sui 50 anni e oltre. Aznavour è un grande, ma appartiene al passato. L’inizio è previsto per le 21 e 30, ma l’orario passa e il caldo aumenta e non si vede anima viva. Venezia si dimostra ancora una volta la città dei “siori” che arrivano piano piano, mai puntuali. Le sedie, al sole per tutto il pomeriggio emanano calore, così che i vestiti ti si appiccicano addosso, ogni tanto ci si alza in piedi nella speranza di catturare un po’ di venticello che non esiste. Ci sono dei buchi in platea, forse tutti i quattromila posti messi a disposizione non sono stati occupati. Alle 21 e 45 l’orchestra della Fenice è a posto, 21 violini, 3 viole, una fisarmonica, un pianoforte. Poi entra Lui, il piccolo grande Uomo che non sembra avere quasi 86 anni. Un inchino veloce con le braccia aperte e poi inizia una canzone in francese, la sua lingua d’adozione, "Les emigrants" e "Morir d''amore, in italiano. Piazza San Marco è illuminata e rivela tutto il suo splendore, Charles Aznavour entra in palcoscenico tra applausi fragorosi. E'' in grande forma, molto più di noi, pubblico reso liquido dal caldo tropicale. Il cantante veste un completo blu e terrà la giacca per buona parte del primo tempo. Ci chiediamo tutti come fa, forse ci sono ventilatori o il palco è condizionato? mentre scorrono le note dei suoi indimenticabili successi il cantante si rivolge a più riprese alla regia, c’è qualcosa che non va. Aznavour si arrabbia più volte, al punto da fermare la musica interrompendo in ben due occasioni una canzone già iniziata per dare indicazioni "tecniche" e ripartire di nuovo dall''inizio. 
Ad un certo punto il Cantante si scusa direttamente anche con il pubblico: "Je m''excuse, mais il semble que les problèmes techniques ne sont pas ma responsabilità”. Ma a noi non interessa, gli applausi sono caldi e fragorosi comunque, siamo lì per ascoltarlo e dei problemi non ci interessa. Ma all’Artista evidentemente si, tanto che ad un certo punto butta una cassa addosso al pianoforte ed esce di scena. Si tenta la sostituzione del microfono ma le cose non migliorano. Probabilmente l''acustica del palco è inadatta, forse ci sono monitors difettosi (dove il cantante deve sentire la musica per seguire tonalità e tempo del brano) o troppo bassi. Chissà! I tentativi di alzare i livelli producono fischi dagli amplificatori e, probabilmente, aumentano i rimbombi in scena. I tecnici del suono dai castelli vicini a noi urlano disturbando anche l’ascolto, ma non c’è niente da fare: Charles Aznavour è in evidente sofferenza, forse pensa che la situazione incida sulla prestazione e sul gradimento del pubblico, che invece continua ad applaudire. I problemi sono reali, tanto che anche Fanco Battiato, primo ospite della serata, si è rivolto più volte alla regia perchè "non si sentiva". Applausi sentiti anche per lui, comunque. Meno sentiti invece gli applausi per Patty Pravo sulla cui prestazione sarebbe meglio stendere un velo pietoso. Non si sa se per problemi tecnici o di voce o di “paura del palcoscenico (come già le è capitato in diverse occasioni), è andata fuori intonazione diverse volte, “rovinando” uno dei suoi successi maggiori “Tuttal’più”. Ma noi, in ricordo di ciò che è stata e di quanto ci ha dato in passato, le abbiamo riservato un trattamento d’onore ugualmente. Una vera e propria ovazione invece per Massimo Ranieri, incoronato cavaliere da Aznavour che gli ha posato la mano sulla testa, suo erede per eccellenza. La voce di Ranieri ha letteralmente riempito la piazza in tutti i suoi meandri e la gente si è alzata in piedi entusiasta a cantare il ritornello di “perdere l’amore”. Ranieri, showman per eccellenza, ha, insieme ad Aznavour reso indimenticabile l’evento veneziano del 16 luglio 2010. Tra gli ospiti le canzoni di Aznavour, tutte le più belle, in francese ed in italiano: l’ultimo romantico ha incantato non solo Venezia a cui ha dedicato la celebre canzone "Com''e'' triste Venezia", indimenticabile sonetto dedicato a tutti gli innamorati. Purtroppo la canzone che ha chiuso la serata è stata sbrigativa e buttata là da un Artista ormai furioso perché ha coinciso con la peggior esecuzione della serata, con un Aznavour che ha salutato e ringraziato velocissimamente, uscendo di scena e senza più rientrare per i bis. Voci dietro le quinte parlano di un artista realmente infuriato.
Anche gli altri musicisti hanno così abbandonato il palco, dopo un quarto d’ora di inutili richiami al Cantante, mentre si sono spente le luci.
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