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Al pittore Carena (Cumiana, Torino 1879 – Venezia, 1966) è dedicata la mostra “Felice Carena e gli anni di Venezia”, fino al 18 luglio 2010, nella prestigiosa sede di Palazzo Franchetti di Venezia.
Poche note biografiche possono spiegare le “due” vite di Carena. Frequenta l’Accademia Albertina di Torino, formandosi quindi in un clima pittorico fortemente sabaudo; nel 1906, a 27 anni, si trasferisce a Roma e nel 1912, dopo la Biennale, è già pittore notissimo. Principe dell’Accademia fiorentina, Accademico d’Italia e vincitore del Gran Premio alla Biennale del 1940 è considerato da tutti una “star” della pittura tra i due conflitti. Finisce la guerra e, da quel momento, Carena viene rimosso, a torto o ragione, dalla critica. Eccolo dunque arrivare a Venezia a sessantasei anni, nel 1945, per ricominciare. Esporrà ancora alle Biennali del 1950, 1954 e 1956, e in numerose mostre in Italia e all’estero negli anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1951 dipinge la pala con S. Pio X nella Chiesa di San Rocco, nel 1963 una Deposizione per la Chiesa dei Carmini per poi spegnersi nel 1966 nella sua casa di fondamenta Briati.
Avendo presente questo percorso di vita, camminando per le sale della mostra, si vorrebbe allora capire cosa ha spinto Carena a ricominciare la sua vita artistica proprio dal capoluogo veneto. Venezia, tra le altre cose, è stata forse il peggior posto dove il pittore potesse finire: da questa città, grazie alle intuizioni del critico polesano Giuseppe Marchiori, nasce infatti nel 1946 la Nuova Secessione Artistica Italiana poi diventata Fronte nuovo delle arti. Un movimento che raggruppa i giovani artisti che faranno la storia dell’arte mondiale del Novecento (Vedova, Viani, Birolli, Santomaso, Corpora, lo Spazialismo veneziano, Tancredi solo per citarne alcuni). Insomma si potrebbero definire la città, il periodo storico, il tipo nuovo di pittura e critica in una sola parola: l’anti-carenismo. Eppure Carena sceglie Venezia e forse la ragione sta proprio nel suo modo di dipingere.
Tutte le opere in mostra sono di altissimo valore e questo è un merito perché si riescono a cogliere i sottili fili conduttori, le fratture e i ripensamenti di un artista.
Si parte con i primi anni del secolo in cui il tocco del pennello estetizza volti, figure e corpi in nuvole di cipria color gesso. L’impianto classico dei soggetti (nudi, maternità, deposizioni) rimane formalmente a sostenere il colore che via via si sfarina e liquefa in un’idea, più che in una realtà dipinta.
Nella seconda sala dedicata agli anni Venti c’è la prima svolta artistica: Carena scopre il rosso di Derain nella tela Guafalda del 1914 e “ricopia” con una gran bella calligrafia le intuizioni fondamentali di Gauguin e Cézanne nelle opere La guardiana dei porci e Bambina sulla porta. È in questo periodo che compaiono i primi marroni lavorati intensamente, i bordi neri che contornano la figura e le composizioni fatte di blocchi di colore.
Poi si arriva al quadro la Quiete del 1922: una donna di spalle, l’altra di profilo, dietro scorci di paesaggi da quadreria antica. Due nudi a cui il pittore dà anima con il colore: una fusione di biondo cenere, ocra chiaro e marrone tenue. È il quadro che apre la porta agli incarnati rosa de Il terrazzo, La scuola e Lo specchio. Qui Carena si supera: sparisce definitivamente il nero, fonde il tono della pelle delle modelle direttamente nella luce. Si prenda ad esempio l’enorme tela La scuola: siamo di fronte a una composizione di Rembrandt, ma in piena luce. Carena, giocandosi ogni pennellata, costruisce il soggetto centrale disteso creando un effetto di luce diffusa amplificato da un fondo grigio lavoratissimo.
È la luce che troveremo nelle Bagnanti del 1933, questa volta creata per sottrazione dal fondo verde, dove le quattro donne sostano nelle tonalità del bianco e del rosa. Nel periodo del 1938-1943 la luminosità del quadro viene messa al servizio, con esiti meno coinvolgenti emotivamente, nelle scene bibliche.
Parrebbe quasi chiusa la parabola artistica del pittore che già tanto ha detto. Invece, nel 1945, Carena si trasferisce, come si è detto, a Venezia. C’è una svolta, la rincorsa verso una nuova luce che si coglie nelle nuove Bagnanti del 1947: ora non c’è stacco tra donne, paesaggio, cielo e acqua. Rimane il verde di fondo che viene quasi accecato con dolcezza dal rosa dei corpi in primo piano.
Arrivano gli anni Cinquanta che iniziano però già nel 1948 quando Peggy Guggenheim porta in laguna i “suoi” artisti. Parallelamente Carena aggiunge cupezza ai soggetti che perdono solidità e contorni. Il bianco muore nel verde, il rosato si fa drammatico. Adesso è il tempo dei rossi mattone, del ritorno del nero, di un espressionismo sacrale. C’è la prossimità alla morte.
Se la mostra finisse qui non riusciremmo a dare soluzione alla sciarada fatta dei tanti quadri appena visti. Ma c’è ancora una sala da visitare, l’ultima, quella delle nature morte dipinte dall’artista nel corso della sua vita. Nelle conchiglie, bottiglie e vasi c’è sempre una luce perfetta che fin dagli esordi si potrebbe definire “veneziana”.
Non si sente alcuna tensione emotiva nei quadri, al contrario, un completo abbandono nella luce. È la luminosità che, solo nella natura morta, non viene corrotta dall’imperfezione della vita.
Marco Milan
Felice Carena e gli anni di Venezia
Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti
Campo Santo Stefano 2842 (Ponte dell’Accademia) Venezia
Fino al 18 luglio 2010
Orario: tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00
(la biglietteria chiude alle 17.30)
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