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Quando ero ammalata mio padre che faceva il camionista e girava per le città, quando tornava alla sera mi portava un libro. Era il regalo più grande che potevo ricevere e quasi aspettavo di ammalarmi per avere un libro. A volte erano avventure, altre fiabe, altre ancora storie e miti o leggende. E’ stato lui che mi insegnato a leggere e che mi ha fatto amare la lettura. Sono cresciuta con le sue storie di guerra su libroni difficili e con lettere piccolissime, sulle sue poesie d’amore scritte di getto alle innamorate mentre era nascosto sotto i fienili di paglia in campagna, per scappare ai tedeschi. Aveva una grafia elegante, con lettere che svettavano sulla sinistra, le a e le o rotonde e garbate. Non c’era quasi mai la rima, e cuore e amore venivano sparpagliati nel testo senza ripetizioni: ciò che incantava erano le descrizioni dei capelli di seta e gli occhi chiari, verdi o celesti, mentre il paesaggio intorno a quella lei prendeva le forme più strane, anche se io ancora piccola non le capivo del tutto. Sono cresciuta con Le Nereidi, La Regina delle Nevi, Robin Wood, La Tamburina di Napoleone, I Tre Moschettieri, Fiabe del Nord, Le leggende di Roma e di Romolo, I Vichinghi, Sigfrido e l’Anello dei Nibelunghi. Ricordo questi libri come se li avessi letti ieri, e li trovo sulla libreria mezzi consumati dal tempo ma anche dalle tante volte che le mie mani li hanno sfogliati. Non era d’uso che mio padre me li leggesse seduta sulle sue ginocchia, forse cinquant’anni fa i sentimenti non erano così manifesti come ora: ci si voleva bene timidamente, ognuno restando al suo posto, io figlia piccola, lui padre altissimo e campione europeo di enigmistica con altri due figlioli da accontentare. Quando nacque mio fratello due anni dopo di me, cessarono le coccole della figlia di mezzo e aumentarono quelle all’intruso. Crebbe anche l’ultimo figlio in mezzo a libri e a fumetti che mia madre mi nascondeva perché non dovevo leggere “quella robaccia da maschi!” C’erano Tex e L’Uomo Mascherato e poi Barman e Robin e Mandrake e Capitan Miki. Mia sorella più grande viveva già di una vita sua, io ero la più terribile dei fratelli e anche la più gelosa. Ma sono cresciuta e, dicono, che abbia conservato quel caratteraccio prepotente ed arrogante. Non so, nella vita a volte bisogna fregarsene anche di ciò che dicono gli altri. Di sicuro so che non l’ho buttata via, la mia vita. Non ho amato probabilmente tanto quanto sono stata amata. E di sicuro se mio padre e mia madre mi stanno guardando adesso, mentre scrivo queste righe e tutte le altre che ho dedicato loro, non mi perdoneranno ancora per l’indifferenza cui li ho consegnati quando erano in vita. I sensi di colpa sopravvivono ancora. La cosa più terribile è che non ci puoi fare più nulla. Se alzo gli occhi dal computer, una Nereide mi sorride a metà nascosta da uno scoglio del mare e i miei scarabocchi occhieggiano dalle pieghe del tempo. Lì dentro c’è tutto quello che mi hanno lasciato nonno Ric e nonna Corinna, compreso quella che sono, nel bene e nel male… [A.B]
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