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Ho quindici anni e sono una ragazza molto studiosa, molto superba, dicono! Ma io non ci credo. I miei non hanno molti soldi perché il papà ha avuto un incidente d’auto ed è ancora all’ospedale e mia mamma per sopravvivere fa la benzinaia. Io odio andare a fare benzina a quei camionisti che fanno di tutto per mettermi le mani addosso. Ma mia madre non lo capisce. E poi poveretta, con vento e pioggia si ammala spesso e così a volte devo andare io. Mio fratello è troppo piccolo, sbaglia i conti, e l’altra mia sorella più grande è in un collegio dalle suore, laggiù in Toscana e non può dare una mano col distributore. A volte penso che vorrei andare anch’io in collegio, ma quando la vedo, durante l’estate è così smunta e pallida e triste e musona che mi passa subito la voglia. Oggi è stato un bruttissimo giorno perché è successa una brutta cosa. Non l’ho detto a nessuno, solo lo scrivo qui, confidando le pene del mio cuore a queste pagine che nessuno, mi auguro, leggerà mai. Sono a casa da scuola perchè ho un po’ di febbre e così sto vicino alla cucina economica per scaldarmi. Indosso il pigiama, quello a fiorellini azzurro che mi piace tanto e mi sembra che mi possa quasi far guarire. Saranno state le diciassette del pomeriggio, quando è entrato un uomo vecchio, con l’uniforme della Guardia di Finanza. Io ho paura di quell’uomo perché mi dice la mamma, potrebbe metterci nei guai. Loro se vogliono trovare qualche cosa che non va nei libri contabili, possono sempre farlo o inventarselo. Così noi dobbiamo essere gentili con lui. Ma oggi la mamma lo ha accompagnato in casa per offrirgli il caffè e poi è dovuta uscire subito perché c’era da far benzina a due auto appena arrivate. Io giro le spalle all’uomo mentre metto su il caffè. Fuori viene una pioggia che dio la manda. La casa è semibuia, la lampadina sul soffitto è di quelle a poche candele per consumare meno. L’uomo parla, mi chiede quanti anni ho, che scuola frequento, come mi chiamo. Poi sento il suo fiato sul collo e le sue mani che mi afferrano ai fianchi, io faccio resistenza, lui cerca di girarmi e mi cerca la bocca. Sa di stantio, la caffettiera sobbollisce e borbotta, io cerco di prenderla, ma lui mi allontana di scatto dalla cucina e mi prende la faccia tra le mani. Il suo alito fetido mi penetra nelle narici, negli occhi, in bocca, le mie mani lo allontanano e gli graffio una guancia, poco perché non ho le unghie lunghe. Con una voce roca mi dice come mai non mi piacciono le uniformi e che lui può fare molto per me e per la mia famiglia. E mentre il caffè si rovescia sul suo piede perché la mia mano è finalmente riuscita a raggiungerlo, sento la porta che si apre e richiude e la voce della mamma che dice se ho offerto il caffè al “Colonnello”. Lui mi lascia subito, si allontana di corsa, e ulula un saluto misto a rancore a mia madre che entra in casa e non si accorge della mia faccia rossa, dei miei lividi sul collo e del tremito di cui sono preda. Come al solito, “il Colonnello” se n’è andato senza pagare. Ed io non racconto a nessuno ciò che è successo, perché per fortuna non si è mai più fatto vedere al nostro distributore. Sarà andato a turlupinare qualche altro malcapitato e a toccare un’altra ragazzina. Anche se so che il caffè può cadere dappertutto ed è un’usanza molto diffusa dalle nostre parti…[A.B.]
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